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16 Marzo 2019 opastaff
Quella del Cinemobile è una storia straordinaria: negli anni ’30, per proiettare il cinema ovunque, perché il cinema era considerato il medium più importante durante il ventennio fascista, furono attrezzati 30 furgoni con proiettori Victoria V a 35mm, con i quali proiettavano i filmati per retroproiezione su uno schermo, 

ed un impianto sonoro “balilla”, alloggiato all’interno di due vani sul tetto.
Gli impianti furono adattati alla conformazione del furgone.
Con questa attrezzatura si proiettavano documentari e film nei paesi dove non esistevano sale cinematografiche.
Uno di questi esemplari è esposto al MIC (Museo Interattivo del Cinema), presso la Fondazione Cineteca Italiana di Milano. Su questo esemplare, nel 1946, fu apposta la scritta “Presidenza del Consiglio de Ministri”, al posto di quelle fasciste.
Nel 1964 fu abbandonato in uno sfascio ma per fortuna fu ritrovato.
Ora, dopo un restauro, è stato attrezzato con un impianto digitale ed è in funzione al MIC.
Il furgone è un FIAT 618.
Una visita al MIC vale la pena solo per vedere questo esemplare unico.

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17 Febbraio 2019 opastaff
la vetrata d’ingresso della casa da Musica

“Il sonno della ragione genera mostri” è il titolo di una acquaforte di Goja che ben si attaglia alla analisi di quest’opera di Office for Metropolitan Architecture, lo studio guidato da Rem Koolhas.

OMA è divenuto uno dei più grandi studi di architettura mondiali grazie alla capacità di elaborare dei concept architettonici di grande forza mediatica, delle vere icone contemporanee, e la Casa da Musica non fa eccezione: si cala come un meteorite in un quartiere ordinato della prima periferia di Porto creando una forte tensione con il tessuto urbano circostante. La relazione con la città è più ideale che avvertibile: il volume infatti è intagliato come un diamante riprendendo alcune delle direttrici circostanti e la sala guarda al monumento aos Heróis da Guerra Peninsular” nella rotunda de Boavista.

il volume della Casa da Musica

Per risaltare maggiormente l’asteroide da musica, OMA ha creato un grande spazio vuoto circostante l’edificio che, sapientemente modellato, svolge allo stesso tempo la funzione di spazio pubblico e di palcoscenico per ammirare la struttura. Forse un po’ dispersivo, ma sicuramente uno spazio interessante. Su questo, oltre l’ingresso, si affaccia anche la caffetteria.

la caffetteria

È nella progettazione dell’edificio che si evidenziano tutti i limiti del processo ideativo dello studio di architettura.

Facciamo un passo indietro e rivediamo la genesi del progetto.

In occasione della candidatura di Porto a capitale europea della cultura, nel 2001, il Portogallo approva al costruzione di un grande auditorium. Le autorità interpellano per chiamata diretta 26 grandi studi internazionali, chiedendo loro se sarebbero stati in grado di progettare e realizzare l’auditorium in tempi da record.

Koolhas è più convincente degli altri perché asserisce di avere un concept già pronto che doveva essere solo adattato alle esigenze funzionali e dimensionali dell’opera di Porto. Il suo progetto viene scelto perché, nelle motivazioni, è quello che permetteva un ottimo bilanciamento e adattamento dello spazio interno con quello esterno, una forma singolare ed un coerente uso dei materiali con il contesto portoghese.

il foyer d’ingresso

Tuttavia il concept non era il progetto di un altro auditorium, bensì di una abitazione, la casa “Y2K”, uno studio portato solo a livello concettuale per un’abitazione privata a Rotterdam. L’obiettivo di inaugurare l’auditorium in tempo per l’anno della cultura fu ampiamente mancato e la sala entrò realmente in funzione nel 2005. Il costo finale della costruzione fu astronomico  (da 33 a 111 milioni di euro) e molti degli obiettivi tecnici e funzionali della sala furono mancati o disattesi, come vedremo più avanti.

dettaglio della scala di accesso al livello della sala Suggia

Chi conosce le opere di OMA sa che nulla si concede al dettaglio architettonico. Le finiture devono essere rozze, l’illuminazione è derivata da quella industriale. L’architettura non è accogliente ma brutale, tutta funzionale all’idea da cui è stata generata. Rem Koolhaas, il fondatore dello studio, divenne famoso nel 1978 con “Delirious New York”, dove dvenne l’alfiere del caos urbano.

la reception con le tipiche finiture “industriali” di OMA

Il volume della Casa da Musica si presenta come un poliedro irregolare molto compatto al centro del quale è stata incastrato l’auditorium principale e a fianco di esso una sala più piccola per la musica da camera. Il concept ideato da OMA poggia principalmente sulla relazione che questa struttura deve avere con la città: due grandi vetrate sono state poste sui due lati corti della sala, dietro l’orchestra e dietro la platea. La sala perciò è illuminata naturalmente e gli spettatori hanno sempre, di giorno e di notte, una relazione visiva con l’esterno.
Questo rapporto permeabile tra sala ed esterno è ripetuto anche all’interno della struttura, tra la sala principale e gli spazi complementari: il bar, “la sala rossa”, di 300 posti, la saletta di rappresentanza, la sala per i bambini sono in relazione con la sala principale o con l’esterno con ampie vetrate di foggia analoga a quella delle due grandi vetrate affaccianti all’esterno.

vista della sala Suggia dalla vetrata di uno degli spazi adiacenti

Proprio dalla scelta di inserire le vetrate partono le prime grandi perplessità sulla qualità di questa struttura. Un auditorium, in genere, è uno spazio conformato dalla progettazione acustica, che persegue la possibilità di ascoltare una esecuzione con un adeguato livello di pressione sonora, senza mascheramenti dati da un riverbero eccessivo e, possibilmente, senza che la sala abbia un particolare timbro, ovvero che non ci sia una prevalenza di alcune gamme di frequenze, a scapito di altre, causato dalla conformazione geometrica.

La scelta di utilizzare la classica forma a “scatola da scarpe” per la sala principale obbliga progettisti ad attuare le dovute cautele per evitare che si formino delle fastidiose riflessioni tra le pareti parallele, perciò i consulenti acustici di OMA dovendo fare i conti con il vetro, un materiale insidiosissimo sotto questo aspetto, hanno sagomato le vetrate con una forma sinusoidale, con un chiaro intento diffrattivo.

la sala principale o sala Suggia

Il resto della sala è rivestito di pannelli lisci di legno, una soluzione inconsueta per una sala da musica, dove generalmente le superfici interne sono accuratamente modellate.

L’auditorium ha un tempo di riverbero determinato, circa 1,3 secondi. Senza la possibilità di regolazioni. L’unico elemento modificabile della geometria interna è un grande deflettore in plastica gonfiabile al di sopra dell’orchestra, con una incidenza marginale nella conformazione acustica della sala.

i sistemi di regolazione acustica della sala Suggia

L’uso delle vetrate per gli spazi accessori è molto vincolante per l’uso della struttura: non garantendo un isolamento totale, non è possibile utilizzarli mentre sono in esecuzione i concerti nella sala grande. Vediamoli in dettaglio.

Il bar, letteralmente “sospeso” su una passerella dietro la vetrata di fondo della platea, ha creato più di un problema a chi soffre di vertigini.

la vetrata alle spalle della platea della sala principale o Suggia, si intravede il bar dietro la vetrata

La sala di rappresentanza è completamente rivestita di “azulejos”, le caratteristiche ceramiche a motivi azzurri. 

la sala di rappresentanza con le tipiche “azulejos”

La Casa da Musica è stata dotata anche di una saletta per i laboratori musicali e l’istruzione, cosiddetta Cibermusica. Con una dominante verde, si caratterizza per avere pannelli assorbenti da studio di registrazione concentrati in un angolo della sala e per avere nel resto dell’ambiente superfici più riverberanti. Viene utilizzata generalmente per musica elettronica e registrazioni. Nulla a che vedere con altre sale sperimentali dove può essere variato il tempo di riverbero attraverso la variazione dei rivestimenti delle superfici della sala (con diversi gradi di assorbimento). Basti pensare all’IRCAM di R. Piano e L. Berio, per avere un riferimento alto.
Una saletta così concepita è assai rigida e poco adatta alla sperimentazione, concepita più per stupire che per essere realmente usata.

la sala da cibermusica

Desta grandi perplessità anche la saletta di ascolto dedicata ai bambini. Questa saletta guarda alla sala grande attraverso una vetrata e riproduce la musica eseguita attraverso un impianto audio. Così concepita, nelle intenzioni, permetterebbe ai bambini di assistere ad un concerto in modo informale, senza l’obbligo di sedere in un posto e prestare attenzione.

Ma c’è da chiedersi che senso ha separare bambini dagli adulti per fare loro ascoltare un concerto da un audioimpianto. E’ formativo tutto ciò? Non era meglio realizzare direttamente un kinderheim?

la sala d’ascolto per i bambini con la vetrata d’affaccio verso la sala Suggia

C’è un altra saletta con una finalità misteriosa. E’ una saletta dove dei lettori di movimento trasformano in suono, attraverso dei sintetizzatori/computer, il movimento delle persone che entrano in una determinata area al centro di essa. Dovrebbe essere dedicata alla ricerca tra suono e movimento (danza?). C’è bisogno di uno spazio appositamente dedicata per questo?

la saletta di sperimentazione del rapporto tra movimento e suono

Completano le funzioni un ristorante ed una terrazza panoramica, in corso di trasformazione per motivi di sicurezza.

Forse il taglio critico nella descrizione di questo edificio è stato reso più duro dal fatto che è stato visitato immediatamente dopo il museo Serralves progettato da Siza Viera, un edificio raffinato nelle sue soluzioni, ma l’impressione generale è che già all’epoca in cui è stato concepito questo complesso lo studio OMA aveva esaurito la carica dirompente dei primi progetti (pensiamo al Teatro Nazionale di Danza dell’Aja o a Villa Dall’Ava) e che abbia cercato di caratterizzare questa sala inseguendo soluzioni astruse e lontane dalle necessità di un auditorium: dal “fuck the contest” teorizzato in “Junkspace” al “fuck the function” di quest’opera.

un foyer con affaccio sulla sala Suggia, collegato alla caffetteria

 


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9 Dicembre 2018 opastaff

La tecnologia digitale sta profondamente cambiando la societa’ umana nei suoi aspetti relazionali e nel suo approccio alla conoscenza. Molti architetti e sociologi si stanno interrogando su come questo profondo mutamento, che potrebbe essere paragonabile alla invenzione della scrittura (anche se fu quello un fenomeno così dirompente e di massa come quello attuale), possa influire sull’aspetto fisico delle nostre città, degli ambienti dove viviamo e lavoriamo.
Tuttavia non ci siamo ancora interrogati a sufficienza come la tecnologia contemporanea possa influire nella scrittura della drammaturgia e, conseguentemente, nella concezione delle strutture e delle tipologie teatrali.
Con questa intervista a Marco Ciuti, direttore artistico e organizzativo del Teatro Vascello di Roma – un teatro esemplare per la sua concezione tipologica ed uno dei teatri con una programmazione attenta alle nuove tendenze teatrali – intendiamo analizzare il rapporto tra le nuove tecnologie disponibili nell’ambito teatrale e su come queste stanno influenzando la drammaturgia. Ci chiediamo: le sale teatrali sono adeguate a questo cambiamento della concezione degli spettacoli? Quali adeguamenti dovranno essere richiesti ai teatri esistenti e come influirà nella tipologia dei teatri di nuova costruzione?

Abbiamo suddiviso la videointervista in 5 frammenti, per comodità di visione, riassumendo al di sotto i punti trattati.

 

La filosofia di progetto

Dalla scelte di progetto, concepito dall’arch. Costantino Dardi e Giancarlo Nanni, si comprende l’idea di teatro che doveva essere messa in scena in questa sala: le macchine sceniche, la multidisciplarietà, per le quali furono sacrificati due terzi degli spettatori della precedente capienza a favore di un palco grandissimo e bene attrezzato.

 

Le caratteristiche tipologiche del teatro.

Un ragionamento che parte dalla concezione, all’epoca (1989) avanzatissima, del Teatro Vascello: le dimensioni della scena in rapporto alla sala, la sua grande modulabilità e la possibilità di ampliarla in platea. Su tutto prevale il desiderio di un contatto ravvicinato tra pubblico e attori in modo che si possa percepire perfettamente la complessità del teatro contemporaneo.

 

Ipotesi di trasformazioni future.

Dopo trenta anni di attività, con l’esperienza fatta, si hanno le idee chiare su come attualizzare una struttura: spazi tecnici, sale prova sono necessari ad abbattere i costi ed a migliorare il funzionamento della “macchina”.

 

La regia in sala.

Nel Vascello la regia è posizionata su un ballatoio tecnico al di sopra della platea. Dopo trenta anni di funzionamento è ancora una soluzione valida? Si analizza questa soluzione alla luce dei viversi tipi di rappresentazione che si svolgono nel teatro: prosa, danza e musica.

 

Tecnologia e drammaturgia.

Come sta cambiando la drammaturgia? Raffronto tra la situazione italiana ed estera, la crisi della drammaturgia, lo sviluppo delle tecnologie, particolarmente all’estero. Il ritardo italiano nell’utilizzo delle nuove tecnologie. I giovani light designer e l’adeguatezza delle sale italiane. L’uso delle nuove tecnologie nel teatro tradizionale e la concezione di nuovi spettacoli con l’utilizzo di queste.

 

Per facilitare la comprensione dell’intervista, pubblichiamo due panoramiche della sala, con il palcoscenico, e dello spazio tecnico sopra la graticcia.

 

Panoramica della sala e del palcoscenico del Teatro Vascello.

 

Panoramica dello spazio tecnico sopra la graticcia.

 

L’intervista con Marco Ciuti è stata raccolta il 5 ottobre 2018 a Giulio Paolo Calcaprina presso il Teatro Vascello. Si ringrazia Marco Mazzarini per la preziosa collaborazione alle riprese.
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