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26 Settembre 2018 vivianacammalleri

Non ci sono molti artisti che si sono soffermati a riflettere sul rapporto tra il teatro, ma ancor piu’ il cinema, con la quarta dimensione: il tempo.
Perche’ il cinema in particolare? Perche’ il cinema, attraverso le sue tecniche consolidate (piano-sequenza, découpage e anacronie) è l’unica arte che può compiutamente rappresentare il tempo nella sua essenza.

Tra questi si registrano ancor meno fotografi proprio perché la fotografia, per sua natura, congela il tempo – lo annulla – in uno scatto.

Hiroshi Sugimoto invece, con la sua raffinata sensibilità orientale, ci dimostra come si possa riflettere sul tempo e come si possa compiutamente rappresentarlo.

Sugimoto, più volte, nel corso del suo percorso artistico, riprende un soggetto che ha la caratteristica di mutare nel tempo con tempi di scatto lunghissimi, quasi infiniti.

Forse, sotto un aspetto puramente visivo, la sua opera più famosa ed affascinante è la serie Seascapes, nella quale ritrae la linea d’orizzonte in località geograficamente molto distanti.

Seascape – Ligurian Sea, Saviore, 1982

Eppure la riflessione più profonda, quella che ritrae il tempo nella sua essenza, sono le diverse serie dei Theatres, nelle quali riflette sul tempo di un’opera cinematografica all’interno di un luogo di spettacolo. Il concetto si basa sulla contrapposizione tra la rappresentazione della sintesi del tempo di una storia, ripresa dalla proiezione di un film intero su uno schermo cinematografico, in un tempo di posa della durata del film (ne deriva una immagine proiettata quasi completamente bianca, salvo qualche sbavatura), con quella della sala o dello spazio in cui viene proiettato il film, che viene congelato nel tempo dallo scatto fotografico.

Nella prima serie da lui realizzata, “Theatres”, l’Artista riprende la proiezione di un film all’interno di storiche sale cinematografiche americane, caratterizzate da magniloquenti decorazioni, emblema dell’età d’oro del cinema. 

Carpenter Center_1993
Cinerama Dome_1993
U.A. Play House_1978

In un’altra serie,”Drive-In Theatres”, Sugimoto innesta lo “spazio-tempo” dell’immagine di un film, proiettata sullo schermo, in un luogo particolare, il Drive-In dove si perde la condizione di “camera delle meraviglie” tipica della sala cinematografica – un luogo fuori dal mondo – perché il confine del luogo diviene la volta celeste, che, pur se lentamente, ha una condizione mutevole.
Lo scatto più affascinante, dove si coglie il diverso scorrere del tempo tra contenuto e contenitore, è Union City Drive-In, del 1993.

Union City Drive-in_1993
South Bay Drive-In_San Diego_1993
Tri City Drive In_San Bernardino_1993

Il capolavoro tra le serie dei “Theatres”, tuttavia, è “Abandoned Theatre” del 2015. In questa Sugimoto fissa la sua attenzione sul rapporto tra un’opera estremamente significativa nella storia del cinema, nella vita delle persone e, probabilmente, dello stesso artista, con i segni del tempo, ambientando lo scatto a tempo di posa di capolavori del cinema, come Rashomon, Biancaneve o ancor più Mujo (The passing life, 1970), che è un film incentrato sul concetto buddista di “transitorietà” (aspetto centrale della riflessione sul tempo terreno), in sale storiche abbandonate, simili a quelle della prima serie, dove sono evidenti, attraverso il degrado delle strutture della sala, i segni del passare del tempo, della caducità della vita terrena.

Everett Square Theater, _Mujo_ 1970, Boston_2015
Franklin Park Theater, _Rashomon_ 1950, Boston_2015
Palace Theater, _Snow White_ 1937, Gary_2015

Sugimoto, astraendosi dalla complicazione e dall’artificiosità della vita e dell’arte contemporanea, ci riporta ai temi basilari dell’arte e dell’esistenza. La rappresentazione del tempo per l’artista è minimalista e il tempo più “reale” è il tempo dello spirito, quello della riflessione sul significato della nostra vita terrena.


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9 Aprile 2018 vivianacammalleri

Il cinema e’ una entita’ che tende alla conservazione e questa e’ stata la forza che l’ha reso cosi’ longevo.

Gia’ nel 1909 i maggiori produttori dell’epoca si accordarono per uno standard cinematografico comune a tutte le sale: la pellicola 35mm.
Uno standard che è durato, inalterato, per 105 anni. Superando rivoluzioni tecnologiche quali l’arrivo del sonoro, del colore, del 70mm, e di altri standard minori (16mm, Imax, Cinerama, altri).
Per decenni e decenni è stato superiore alla concorrenza extra-cinematografica: la televisione, il VHS, il DVD, anche il Blue Ray. Poi, infine, per i costi di distribuzione, non per la qualità, nel 2014 si è deciso di soppiantarlo definitivamente con la proiezione in digitale.
Ma il digitale, si sa, è una realtà liquida e multiforme e in pochi anni, nel cinema, si è passati da proiettori 1,3k a 2k e ora si parla di 4k.

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza con questi termini.

I primi proiettori digitali erano proiettori HD (high definition) e il termine 1,3k era corrispondente al numero di pixel orizzontali (1280). Nel marzo del 2002 le major americane (WB, Fox, Paramount, Sony, Universal e Disney) si riunirono in un consorzio chiamato DCI (Digital Cinema Initiatives) e, volontariamente definirono uno standard per i film di loro produzione: il 2k. Chiunque avesse voluto proiettare film di loro produzione si sarebbe dovuto dotare si proiettori con 2000 pixel di risoluzione verticale (2048p x 1080p; attenzione a non confonderlo con il Full HD, 1920p x 1080p, che è uno standard dell’home entertainment). Avendo una potenza distributiva egemonica, di fatto DCI impose uno standard mondiale, perché chi riesce a condurre un cinema senza il prodotto americano?

Ora si affaccia all’orizzonte lo standard 4k (4096p x 2160p; mentre l’Ultra HD per l’home video è 3840p x 2160p), non è ancora stato reso obbligatorio da DCI ma nel frattempo è accaduto qualcosa che non era mai accaduto prima, fin dalla prima proiezione dei fratelli Lumière del 28 dicembre 1895: alcuni cinema hanno sostituito la proiezione su uno schermo di tela con uno schermo a LED.

Questa innovazione molto probabilmente, nel giro di pochi anni, cambierà moltissimo la configurazione tecnologica delle sale. Vediamo come.

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Sian Paragon Cineplex a Bangkok

Nel 2017 prima in una sala del circuito Wanda Cinema a Seul, poi a Zurigo, l’Arena Cinema ed infine il Sian Paragon Cineplex a Bangkok, sono stati realizzati i primi cinema con uno schermo LED, prodotto da Samsung.  
Lo schermo, certificato da DCI, è un display MicroLED dotato di HDR (high dynamic range) e risoluzione 4K (4096 x 2160 pixel). Parliamo quindi di una tecnologia capace di emettere autonomamente la luce (non sono LCD retroilluminati).
Al di là dei costi molto alti (è inevitabile nei prototipi), i vantaggi di questa tecnologia potrebbero risiedere nell’alta luminosità (si può arrivare ad una intensità luminosa di 146 foot lambert) ed in una possibilità per ridurre i costi di esercizio (lampade, consumi energetici) dei proiettori digitali. Chi l’ha provato ha dichiarato che l’esperienza nelle proiezioni 3D è notevole.

schermo Samsung – Cinema Led

 

dettaglio dello schermo_fonte DDay


I veri problemi nascono da due fattori: la fissità obbligata della dimensione dello schermo e la modifica della disposizione dell’impianto audio.

Nel primo caso il problema nasce dal fatto che la distanza tra un pixel e l’altro (cosiddetta pitch) che ora è di 2,4mm ed obbliga ad una dimensione fissa dello schermo, i suddetti 10 metri di base.
E’ una grande limitazione questa, perché la proiezione su schermo permette di adattare forma e dimensione secondo la geometria della sala.

Nel secondo caso l’impianto audio deve essere modificato perché nei sistemi a proiezione è posizionato dietro lo schermo, per dare l’illusione della direzionalità dell’audio e perciò della profondità spaziale della scena proiettata. Perciò, per permettere la trasparenza acustica, soprattutto alle frequenze medio-alte, lo schermo che si installa in un cinema è microforato.
Uno schermo LED, inevitabilmente, non può essere microforato.
Per ovviare a questo inconveniente, nella sala coreana, sono stati disposti dei diffusori per le alte frequenze “a rimbalzo”. Invece di diffondere il suono direttamente verso la sala questi sono stati puntati contro lo schermo in modo che da questo rimbalzino verso la sala.

disposizione degli impianti audio in una sala all’estita all’ISE di Amsterdam_fonte DDay

La distonia tra immagine e suono è, tuttavia, ancora evidente. La Samsung, che si avvale della tecnologia della controllata Harman, sta pensando all’utilizzo di un line array di diffusori attorno allo schermo, che avrebbero il vantaggio di avere una copertura più uniforme.

Chi scrive ha ancora grosse perplessità circa la validità di queste soluzioni perché non potrebbero risolvere i problemi a tutte le configurazioni geometriche delle sale: nelle sale piccole, per esempio o in quelle larghe e poco profonde.

In sintesi non è stata ancora scritta l’orazione funebre dei sistemi a proiezione.


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